Tuo figlio non è svogliato. È esausto. Compiti e ansia da prestazione

Sali in macchina, lo zaino finisce sul sedile posteriore con quel tonfo che ormai riconosceresti a occhi chiusi, e parte il solito scenario. Sempre identico. Lo conosci a memoria, sai già come va a finire, eppure, ogni volta, quella domanda ti scappa lo stesso, come se non potessi proprio farne a meno.

“Com’è andata a scuola?”
“Bene.”

È successo di nuovo. Lo sapevi già che sarebbe finita così, e gliel’hai chiesto lo stesso, perché in fondo speri sempre che oggi sia il giorno in cui tuo figlio si apre e ti racconta tutto, invece del solito monosillabo buttato lì mentre guarda fuori dal finestrino.

Nel silenzio che segue, però, il tuo cervello si mette comunque al lavoro, in modalità detective: era nervoso quando è salito? Aveva la verifica oggi? Quella faccia lì significa “tutto ok” o “preferisco morire piuttosto che parlarne”? Tu intanto guidi, guardi la strada, e fai finta di niente, ma dentro hai già aperto un’indagine completa basata su un singolo “bene”.

Eppure quel “bene” è quasi sempre un modo per chiudere la giornata fuori dalla porta, non per nasconderti qualcosa di grave. Che sia stata una giornata storta o una giornata bella, in quel momento vuole solo lasciarsela alle spalle, staccarsene, senza doverla raccontare, riviverla, spiegarla. E se insisti, se provi a tirar fuori tutto subito, rischi solo di allungare proprio quello che lui vorrebbe lasciarsi alle spalle.

Capita così, quasi sempre uguale, per tantissimi genitori… parte in automatico. Ed è proprio da qui, da questa domanda apparentemente banale, che voglio partire con te.

La trappola della domanda “Com’è andata a scuola?”

È una domanda che facciamo tutti, ogni giorno, quasi senza pensarci, e non sempre per lo stesso motivo. C’è chi la fa per sapere se va tutto bene, chi per sentirsi più al sicuro e tenere le cose sotto controllo, chi semplicemente per il sollievo di non doversi caricare di un problema in più da gestire. Dietro quelle poche parole, però, si nasconde molto di più di quanto immaginiamo: “com’è andata” è una domanda che chiede un risultato, non chiede a lui come sta.

E vale per tutti i ragazzi, sia per chi la scuola la vive con leggerezza sia per chi, per arrivarci, ha fatto una fatica enorme: quando la domanda cerca solo la riuscita, il rischio è che tuo figlio impari a sentirsi visto e riconosciuto da te solo per quello che ottiene, non per quello che è.

Prova, qualche volta, a chiedergli “come sei stato oggi?” invece di “com’è andata?”. Sono poche parole diverse, ma il messaggio che arriva è un altro: non ti interessa solo il risultato, ti interessa lui.

Ti capisco bene: il giudizio dei genitori conta moltissimo per un ragazzo, soprattutto quando è piccolo. Cerca la tua approvazione, teme di deluderti. Per questo le tue aspettative, quelle che dici ad alta voce, ma anche quelle che passano solo da un’espressione del viso davanti a una pagella, arrivano dritte al suo cuore, e modellano in profondità la sua motivazione e la sua autonomia.

Da dove nascono, davvero, queste aspettative?

Spesso da due direzioni opposte, che portano allo stesso risultato. C’è il genitore che non ha potuto realizzare qualcosa per sé, e, senza rendersene conto, chiede al figlio di completare quel percorso al posto suo. E c’è il genitore che, al contrario, si è realizzato eccome, e proprio per questo pensa che il figlio “debba” fare ancora meglio, con i suoi tempi, certo, ma con costanza, perché altrimenti “non si sta impegnando abbastanza”.

C’è un’idea, in questo tipo di genitore, che a volte nemmeno riconosce di avere: se il risultato arriva con facilità, allora vale meno. Tutto deve passare da fatica, esercizio, sforzo.

Ma i ragazzi non sono tutti uguali. Ci sono quelli portati, per cui le cose arrivano con naturalezza, e se continui a chiedere loro “di più” quando non ne hanno bisogno, l’unico risultato è farli sentire sempre inadeguati, mai abbastanza, qualunque cosa facciano.

Sia chiaro: la fatica fa parte del crescere, e i ragazzi devono poterla vivere, non vanno certo esentati. Ma la fatica di oggi non è la stessa che ricordiamo noi da studenti, i tempi sono cambiati, e con loro anche il modo in cui i ragazzi reggono la pressione. Per questo puntare tutto su fatica, esercizio e sforzo, oggi, non è più il parametro giusto per motivarli o per spingerli a fare di più.

Quando la fatica diventa burnout scolastico

E poi ci sono i ragazzi in difficoltà, per cui il “fare, fare, fare” è tutt’altro che una soluzione. Perché quando provi, sbagli, riprovi, sbagli di nuovo, senza mai arrivare al risultato, non stai imparando una competenza. Stai imparando qualcosa di molto più profondo, e molto più difficile da disfare: che qualsiasi cosa tu faccia, non basta.

In psicologia questo meccanismo ha un nome preciso, impotenza appresa, descritto per la prima volta dallo psicologo Martin Seligman: “dopo ripetuti tentativi falliti, non è solo la fiducia a crollare, ma la motivazione stessa a provarci ancora.” Ed è un segno che, negli anni, ho visto tornare fin troppo spesso proprio nei ragazzi con DSA.

In entrambi i casi il risultato è lo stesso: si cercano mille strumenti, mille persone, mille supporti perché il ragazzo deve riuscire, deve dare il massimo. E la scuola, da parte sua, non aiuta: abituata a guardare solo il risultato finale, raramente si chiede cosa c’è dietro le quinte. Dà per scontato che un ragazzo debba riuscire, e su questo, culturalmente, non è previsto abbassare il tiro.

Il problema è che i ragazzi, oggi, questo peso lo sentono eccome.

Mi viene sempre in mente Obelix e il suo menhir: lo porta sulla schiena ovunque vada, con naturalezza, quasi senza farci più caso, ma resta comunque un macigno. Allo stesso modo, molti ragazzi vivono così il dovere scolastico: una fatica costante, portata in silenzio, che li logora anche quando da fuori sembra che “vada tutto bene”.

E qui c’è una cosa che voglio dirti con chiarezza, perché sfata un’etichetta che sento ripetere troppo spesso: quando un ragazzo sembra “svogliato”, spesso non è vero. La ricerca scientifica ha un nome preciso per questo: burnout scolastico. Sì, esattamente come il burnout da lavoro, ma applicato agli studenti. Gli studi della psicologa Katariina Salmela-Aro lo descrivono attraverso tre segnali:

  • esaurimento emotivo,
  • un atteggiamento di distacco e cinismo verso la scuola,
  • un crescente senso di inadeguatezza.

Non è pigrizia. È un ragazzo che ha bruciato le sue risorse cercando di reggere un peso troppo grande, troppo a lungo e che, per proteggersi, smette di provarci.

Vivere senza aspettative è impossibile, e va bene così. Ma attenzione a due estremi, che vedo spesso nelle famiglie che seguo: aspettative troppo alte generano delusione in te e ansia da prestazione in lui; aspettative troppo basse, invece, gli impediscono di scoprire fin dove può davvero arrivare.

Un consiglio che do spesso, con tutto il cuore: prova a togliere il successo scolastico dalla cima della tua lista di priorità. Non esiste un legame diretto tra i voti e la riuscita nella vita, lo scoprirà lui stesso più avanti, ma nel mondo del lavoro contano perseveranza, creatività, capacità di stare con gli altri, cose su cui a scuola, purtroppo, ci si sofferma poco, se non mai.

Cosa puoi fare, concretamente, da oggi?

1. Evita di scusarlo sempre

Difendere tuo figlio ogni volta che qualcosa va storto a scuola, dando la colpa all’insegnante o al sistema, gli insegna, senza che tu lo voglia, a non prendersi le proprie responsabilità. Questo non vuol dire che la scuola non abbia colpe: a volte ne ha, eccome. Ma criticarla apertamente davanti a lui non aiuta nessuno. È più utile aiutarlo a capire che anche un adulto può sbagliare, e che lui, comunque, ha un ruolo in quello che succede, ed è il suo percorso.

2. Fagli vedere il valore dell’imparare

Non serve ripetergli quanto sia importante imparare cose nuove: fallo tu, davanti a lui. Leggi, formati, incuriosisciti. I ragazzi imparano guardandoci, molto più di quanto imparino ascoltandoci.

3. Allenalo a fare da solo

Resisti alla tentazione di sostituirti a lui nei compiti per paura delle conseguenze. Il tuo ruolo prezioso è essere il suo sostegno, non il braccio che scrive al posto suo.

E lasciamelo dire con dolcezza, ma chiaramente: spesso la paura del giudizio è più tua che sua. Quel pensiero non detto, “chissà cosa penseranno gli altri se mio figlio…”, genera un’ansia da prestazione che si respira in tutta la casa, anche quando nessuno ne parla.

Tuo figlio non è solo uno studente. Non lasciare che una parte, per quanto importante, della sua vita decida come lo guardi nel suo insieme.

Essere un punto fermo, non un giudice

E un’ultima cosa, a cui tengo particolarmente: essere troppo rigidi, pretendere obbedienza, punire duramente ogni errore, non costruisce motivazione. Costruisce solo un ragazzo che fa le cose per evitare la punizione, non perché le sceglie davvero per sé. E questo, sul lungo periodo, non regge.

Il tuo compito più bello è essere un punto fermo, non un giudice. Rinforza quello che fa bene, accompagnalo a capire dagli errori, che farà comunque, perché è normale farne: osservando quello che è successo si può imparare e migliorare. Prova ad accettare, per quanto sia difficile, che la scuola è la sua vita, non la tua. Se ci riesci, gran parte della sua ansia da prestazione si scioglie da sola: perché inizierà a fare le cose per sé, non per vederti felice.

“L’adulto deve dare e fare quel tanto che è necessario affinché il bambino possa utilmente agire da solo: se fa meno del necessario, il bambino non può agire utilmente; se l’adulto fa più del necessario, e perciò si impone o si sostituisce al bambino, spegne i suoi impulsi fattivi.”

Maria Montessori

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