“La dislessia non esiste”: cosa fare quando la scuola nega i DSA

Dottoressa, diciamolo: la dislessia e i disturbi dell’apprendimento non esistono!

Me l’ha detto un’insegnante, dritta in faccia, durante un colloquio. E te lo voglio raccontare, perché credo che tu abbia il diritto di sapere fin dove può arrivare, ancora oggi, chi sta davanti a tuo figlio in classe e non ha alcuna intenzione di cogliere le sue fragilità e di sostenerlo.

Frequento le scuole da una vita: prima da studentessa alle prese con le mie difficoltà di lettura, oggi da professionista che affianca le famiglie a capire come far funzionare davvero un PDP, ma soprattutto a sostenere i ragazzi.

Con la maggior parte degli insegnanti il dialogo è semplice: basta mettere ordine in qualche dettaglio, comprendere il loro punto di vista e condividere il lavoro che spesso spetta a casa, e il più delle volte tutto si sistema. Con altri serve più pazienza, ma alla fine un accordo si trova sempre. Poi c’è una terza categoria, quella con cui il confronto è più complicato, e pensavo, dopo tutti questi anni, di conoscerla bene.

Ma quella volta ho incontrato una negazione che non è più accettabile ascoltare.

Quando il PDP a scuola diventa un ostacolo invisibile

Seguivo da mesi un ragazzo con difficoltà scolastiche importanti e un rapporto sempre più teso con alcuni insegnanti. Il suo PDP, quando finalmente sono riuscita a leggerlo (non arrivava mai), era un disastro: nessuno strumento compensativo pensato davvero per lui, nessuna previsione reale per i suoi bisogni, nonostante nella sua diagnosi emergessero chiaramente le sue difficoltà: disgrafia, dislessia e una grande difficoltà di memoria a lungo termine, in un quadro reso ancora più fragile dal punto di vista emotivo.

Ho scritto le modifiche necessarie insieme a lui e le ho condivise con il genitore. Restava però lo scoglio più duro: proporle alla scuola. Ho chiesto un incontro alla coordinatrice e, dopo un bel po’ di rimbalzi, ho insistito perché ci vedessimo di persona, invece di limitarci a consegnare un documento che forse sarebbe stato preso in considerazione, forse no. Siamo arrivati a scuola. Ho accompagnato un genitore in estrema difficoltà, che temeva di dire le parole sbagliate, nel modo sbagliato, davanti a un’insegnante da cui tutto l’istituto si teneva ben alla larga. La scuola era lontana dalla mia sede, ma la situazione era seria: ci sono andata comunque, perché quando c’è di mezzo un ragazzo che soffre e non viene capito, non si può stare a guardare.

La prima reazione della scuola è stata di chiusura: “Facciamo già tutto quello che ha scritto lei, Dottoressa: non serve mettere per iscritto.” Dopo settimane di insistenza, sono riuscita a ottenere un colloquio con la coordinatrice e la referente DSA. La risposta è stata simile: “Non vi fidate? Non capiamo perché serva scriverlo nero su bianco.” La classica frase di chi, se davvero facesse quelle cose ogni giorno, non avrebbe alcun motivo di temere di metterle per iscritto.

Restavano due insegnanti particolarmente difficili da raggiungere: quella di inglese, che semplicemente non si presentava agli appuntamenti fissati, e quella di anatomia, dove il ragazzo viveva ogni lezione tra ansia, lacrime e voti bassissimi, nonostante ore e ore di studio.

Con l’insegnante di anatomia, dopo settimane di richieste, sono finalmente riuscita ad avere un colloquio. Nel giro di pochi minuti si è capovolto tutto: ha iniziato a interrogarmi sulla sua materia. Le ho chiesto se conoscesse la legge 170 del 2010, quella che tutela il diritto allo studio dei ragazzi con DSA. Ha cambiato discorso. Non potevo crederci.

Ho cercato di farle vedere che il problema non era l’atteggiamento del ragazzo, né la sua mancanza di interesse, ma la fatica e il sovraccarico che viveva ogni giorno. È stato in quel momento che ha detto la frase che ti ho raccontato all’inizio, quella che ancora oggi ricordo parola per parola. Le ho chiesto di ripetere, sicura di aver capito male. L’ha ripetuta, identica.

Ha proseguito spiegandomi che il ragazzo semplicemente non si impegnava abbastanza, che bastava “mettersi d’impegno”, e ha persino iniziato a darmi consigli su come avrei dovuto relazionarmi con lui. Mi ha detto di far parte di un gruppo di persone convinte che la dislessia sia solo una conseguenza di come si insegna a leggere alle elementari, e mi ha invitata a un loro incontro.

Quella frase, con parole diverse, l’ho sentita ripetere decine di volte, da decine di insegnanti diversi. Cambia la formulazione, ma il senso resta identico:

“Basta solo che si impegni.”

“Le mappe non servono, basta farle fare all’AI.”

“Le mappe non posso lasciarle, signora… altrimenti copia.”

“Siamo al liceo: non possiamo fare diversamente… forse è meglio che cambiate scuola.”

“Non capisco perché non riesca a stare attento.”

“Ormai la dislessia la diagnosticano a tutti.”

Ogni volta che sento una di queste frasi, penso alla stessa cosa: dietro c’è quasi sempre un insegnante che non ha avuto gli strumenti giusti. Altri, invece, quegli strumenti non li vogliono nemmeno: preferiscono restare fermi sulle proprie idee, e faticano a capire davvero come funziona la mente di un ragazzo con DSA. Ma il risultato, per il ragazzo, è lo stesso: si sente sbagliato, invece di sentire semplicemente che il suo modo di imparare funziona in maniera diversa.

“La dislessia non esiste”: l’ideologia che fa male ai ragazzi

Tornata in studio, quel giorno, ho fatto qualche ricerca. Non riuscivo a togliermi dalla testa l’invito di quell’insegnante. E quella frase, a cui credeva profondamente, era in realtà legata a un movimento ideologico che nega, da sempre e per principio, l’esistenza della dislessia e dei disturbi specifici dell’apprendimento, al di fuori di ogni evidenza scientifica.

Ognuno è libero di credere quello che vuole, nella propria vita privata. Ma un insegnante non può portare quel pensiero in classe, davanti a un ragazzo che sta già faticando e che, proprio a causa di quella frase, aveva iniziato a convincersi di non essere capace.

Mi sono chiesta, e continuo a chiedermelo: a cosa servono dirigenti e referenti DSA, se poi non riescono, o non vogliono, intervenire quando qualcuno viola apertamente una legge dello Stato? E perché un ragazzo che ha una diagnosi, che è stato valutato e che deve già fare i conti con difficoltà che non ha scelto, deve anche andarci di mezzo per colpa di un sistema o di persone che si oppongono, o che semplicemente non riconoscono quelle difficoltà?

Diritti DSA a scuola: come difendere il futuro di tuo figlio

Vorrei poterti dire che in casi come questo la scuola si prende sempre le sue responsabilità. Ma la verità, quasi sempre, è un’altra: l’unica persona che può davvero garantire che il PDP di tuo figlio venga rispettato sei tu, genitore. Non per sostituirti alla scuola, ma perché nessun altro lo farà con la stessa costanza, con lo stesso amore. Per questo, quando mi dici “ho fatto il PDP”, ti ricordo che va ripreso in mano ogni anno: bisogna risensibilizzare gli insegnanti, perché i ragazzi cambiano, i professori cambiano, i cicli scolastici cambiano. E noi dobbiamo sostenere la crescita di questi ragazzi, passo dopo passo.

Verifica che gli strumenti scritti sul piano siano davvero usati. Fatti sentire, con gentilezza e con fermezza, quando non lo sono. E costruisci, a casa, l’ambiente più stabile e sereno possibile: è quello su cui, alla fine, si regge tutto il resto.

Non serve una bacchetta magica. Serve smettere di subire, e iniziare a informarsi, un passo alla volta.

“Il paradosso è questo: posso cambiare solo quando accetto fino in fondo quello che sono. Non possiamo allontanarci da ciò che siamo finché non lo accettiamo completamente. Solo allora, quasi senza accorgercene, il cambiamento arriva”

Carl Rogers

Costruiamo insieme il percorso giusto per te

Prenota un incontro